(Giochi) senza confine 2.0 – article de Francesca Materozzi et entretien avec Cédric Parizot

Un article de Francesca Materozzi sur Corriere delle Migrazioni
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A Crossing Industry (nell’immagine vedete un suo screenshot) è un video gioco ispirato alla rete di commercio transfrontaliera e informale che, nonostante l’apartheid, si è sviluppata al confine tra tra West Bank e Israele. Si tratta di una simulazione della realtà che consente ai giocatori di mettersi, in particolare, nei panni degli operai palestinesi, che dormono in uno stato (ampiamente non riconosciuto)  ma lavorano vivono in un altro.  Lo hanno ideato un antropologo, Cedric Parizot, un artista digitale, Douglas Edric Stanley, e un gruppo di studenti dell’Ecole Supérieure d’Art d’Aix En Provence. Per il momento non è ancora scaricabile on line, ma a breve – questo almeno l’auspicio degli autori – dovrebbe esserlo, e gratuitamente.

The Transborder Immigrant Tool è un’applicazione per telefoni cellulari dotati di antenne Gps. Permette di individuare, nel deserto che separa gli Usa dal Messico, i siti in cui gli attivisti portano delle taniche d’acqua, mettendole a disposizione di quanti attraversano irregolarmente la frontiera. Questo strumento pensato e creato con il sostegno di alcune ong, ha permesso a molte persone di sottrarsi alla disidratazione e, quindi, alla morte. dalla disidratazione e quindi la vita. E’ un chiaro esempio di ciò che si può creare unendo ricerca sul campo, tecnologia e la militanza politica.

Liquid Traces è un video (prodotto all’interno di un progetto del Centre for Research Architecture dell’università londinese Goldsmiths) che offre la ricostruzione computerizzata del tragitto compiuto nel canale di Sicilia dall’imbarcazione del cosiddetto caso “left to die Boat”: 72 passeggeri, che nel marzo 2011 tentavano di raggiungere l’isola di Lampedusa dalla Libia a bordo di una piccola imbarcazione, furono lasciati andare alla deriva per 15 giorni all’interno di un’area marittima sorvegliata dalla NATO. Nonostante i numerosi segnali inviati per identificare la loro posizione e le numerose interazioni avvenute in mare, tra cui quelle con un elicottero e una nave militare, nessuno intervenne per salvarli e solo nove di essi sopravvissero. Lavorando per circa 8 mesi, e usando immagini satellitari, report tracciati dai radar e altre fotni, Charles Heller e Lorenzo Pezzani hanno ricostruito il percorso, consentendo di individuare le responsabilità di quelle morti.

Con strumenti come questi il dibattito sulle frontiere, sul loro significato e sulla loro attualità, viene a porsi in una dimensione inedita e quantomai contemporanea. Ne parliamo con Cédric Parizot, che oltre ad avere ideato il videogioco di cui sopra, coordina il sito antiAtlas des frontières, «un progetto di ricerca che incrocia lo studio, l’arte e gli addetti al settore per rapportarsi al tema della destrutturazione dell frontiere in maniera un po’ iconoclasta e indisciplinata». Essenziale, nell’approccio di Atlas, la condivisione e il dialogo tra competenze diverse: l’antropologia, l’arte, la tecnologia più avanzata…. E questa è stata messa in atto per circa due anni, dal 2011, durante dei cicli di seminari che vedevano coinvolti studiosi in scienze pure ed umanistiche, cercando però la collaborazione sia degli artisti che di addetti al settore per arrivare, come passo successivo alla costruzione del sito. «Il coinvolgimento degli artisti non corrisponde a una questione di senso estetico – sottolinea Parizot- ma piuttosto di sperimentazione. Si vuole utilizzare la tecnologia e la creatività per creare delle nuove forme di narrazione e di diffusione della ricerca, che vada oltre il mondo accademico e che sia diretto ad un pubblico più amplio».

L’arte diviene così elemento essenziale per comunicare all’esterno, con propri specifici linguaggi, ma può diventare anche strumento di perturbazione. La creazione di Heath Bunting “The borderXing guide” ne è un esempio concreto. In questo caso ricercatore ha attraversato tutte le frontiere Schengen illegalmente per cercare di capire dove si nascondessero le falle del sistema. Le ha repertate tutte e successivamente le ha messe su un sito internet aperto a tutti i cittadini di quei paesi che hanno bisogno di un visto per entrare in Europa e contemporaneamente lo ha reso inaccessibile a tutti quegli stati che invece non ne hanno bisogno. Si è trattato in pratica di mettere simbolicamente sottosopra la mobilità. «Se si vuole è eversivo – commenta Parizot -ma contemporaneamente è utile se si vuole capovolgere i punti di vista».

C’è un posizionamento politico chiaro e se da una parte si vuole sottolineare la nuova “architettura della violenza” messa in atto con la costruzione delle frontiere moderne, dall’altra il lavoro dei ricercatori e degli artisti è utile a romperne la concezione attuale. «Il punto centrale – spiega Parizot – è che noi cerchiamo di avere un quadro quanto più completo della questione per poter discutere su questo argomento. Aprire uno spazio, creare un’area di ricerca dove non ci siano limiti prestabiliti. Non vogliamo creare un metodo ma l’approccio nel quadro della ricerca e dell’arte».

Inoltre è stato possibile entrare in contatto con associazioni e addetti al settore. Anche coloro che solitamente sono “dall’altra parte della barricata”. «L’idea è di ascoltare tutti. Abbiamo dei colleghi che insegnano in una scuola militare a Rennes. Abbiamo avuto anche altre persone che lavorano sul terreno con i militari. -ci racconta Parizot – Noi come ricercatori in scienze umane abbiamo di solito il punto di vista di chi subisce il controllo alle frontiere mentre loro lavorano con coloro che questi dispositivi li organizzano. E’ stato quanto meno affascinante sentirci descrivere i dispositivi di controllo che stanno studiando anche se attualmente sono raramente operativi». Altro aspetto interessante che emerge dallo studio delle frontiere è anche come questi dispositivi di controllo riproducono le falle del sistema che li mette in atto.

Attualmente al progetto che è sostenuto da Imera (Istituto di ricerca e studio sul mondo arabo e mussulmano) della scuola d’arte di Aix en Provence, dell’Università di Grenoble e della “La Campagne, lieu de creatione” di Marsiglia, hanno lavorato molti studiosi ed artisti di varie parti del mondo.Il sito dalla sua creazione ha avuto circa 60.000 contatti unici. E’ quindi uno strumento fondamentale per diffondere questo approccio. «Da qui e partito anche un lavoro di partecipazione a eventi nazionali ed internazionali dove abbiamo cercato di farci conoscere». Racconta soddisfatto Parizot.

E infatti fermandosi all’Italia, hanno partecipato al Festival dell’Internazionale di Ferrara a settembre e al “The Art of Bordering” al Maxxi di Roma ad ottobre di quest’anno. Ma non è finita qui. Per la fine del prossimo anno è in programma anche un libro sull’antiAtlas e la creazione di una rivista on line che tratti sia di arte che di scienze ma soprattutto frontiere. Contemporaneamente molti saranno gli appuntamenti in cui il tema delle frontiere sarà centrale. Tra questi vi segnaliamo la 7ma Conferenza Internazionale di Geografia Critica che si terrà a Ramallah dal 26 al 30 luglio. Luogo particolarmente significativo per i molteplici fattori che vengono coinvolti (sociali, politici, economici e storici) in un contesto storico geografico in continua evoluzione. Una zona dove la frontiera permea tutti i settori, anche quello accademico, se si considera che molti ricercatori provenienti da alcuni paesi musulmani non potranno avere il visto d’entrata e dove gli stessi israeliani verranno fortemente limitati nella partecipazione.

Francesca Materozzi

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